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“Altra Sissi”: Elisabetta del Belgio

Di Matteo Tuveri

È soltanto una scheggia di terra

Che conserva il suo re e la sua regina

E l’intenso amore di un popolo che l’ama

(E. Verhaeren)

 

Elisabeth Gabriele Valérie Marie, duchessa in Baviera, figlia di Carl Theodor in Baviera e Maria José di Braganza, nacque il 25 luglio 1876 a Possenhofen (Monaco di Baviera), con lei una nutrita schiera di fratellie sorelle,Amelia, che sposerà il principe di Urach, Sofia, che andrà in sposa al conte di Törring (che Maria Josè di Savoia ricorda con i capelli biondi scarmigliati e il colorito rossastro mentre fa grandi traversate con il sacco in spalla), Maria Gabriella, poi principessa di Baviera per via del suo matrimonio con Ruprecht, Luigi Guglielmo e Franz Joseph.

Il padre di Elisabetta, Gackel per i familiari (ovvero “galletto”), fratello dell’imperatrice d’Austria, ereditò dal padre Max il disgusto per le cose militari non solo per il suo innato pacifismo, ma anche a causa di un’infezione agli occhi contratta durante la guerra del 1870, anno in cui prestò servizio in qualità di ufficiale presso il cognato Alberto di Sassonia. Durante la sua convalescenza a Menton ebbe modo di conoscere il Professor Ivanov che lo iniziò allo studio dell’oftalmologia.

Questa passione, supportata da alcuni corsi universitari seguiti a Zurigo presso il Pofessor Horner e a Vienna presso il ben noto Professor Arlt, si manifesterà concretamente nel suo impegno per la fondazione di tre cliniche oculistiche, una a Tegernsee, una a Monaco e una a Merano. Il duca Carl Theodor sarà inoltre famoso per le sue idee anticlericali, per il suo anticonformismo, per la sua melomania e per il suo interesse verso la cultura russa e ebraica che gli varranno il soprannome di duca filo semita. Vedovo della principessa Sofia di Sassonia, il duca sposò in seconde nozze la duchessa di Braganza e infanta di Portogallo Maria Josè, figlia dell’ultra conservatore don Miguel del Portogallo, che preferì rinunciare al trono piuttosto che concedere una costituzione.

Maria Josè sarà infatti una madre molto presente, severa e rigida sostenitrice del dovere e della tradizione a ogni costo. Questa Mischung profonda fra anticonformismo e rigore segnerà profondamente la giovane Elisabetta permettendole di diventare una quasi perfetta combinazione delle due cose.

L’infanzia di Elisabetta trascorse, come quella di sua zia e madrina Sissi, fra passeggiate all’aria aperta, scalate, escursioni, animali domestici, come gatti e cani bassotto, e bestie selvatiche che era possibile osservare nei boschi intorno a Possenhofen. La bambina frequentò anche una scuola di benedettini e proseguì gli studi presso la scuola Sankt Josef di Zangberg la cui divisa, una specie di camicione nero stretto in vita da una cinta bianca, le ricorderanno spesso in futuro come il lusso non possa regalare né nobiltà di comportamento, né tantomeno d’animo. Elisabetta si dimostrò un elemento vivace, famose presso le compagne di scuola le sue caricature dei professori al margine dei quaderni, curiosa, equilibrata e molto intelligente, imparò facilmente il francese e l’italiano e più avanti anche il russo e l’arabo. Il suo amore per la storia, la pittura e la musica, tesori poi ereditati in sommo grado dalla figlia Maria Josè, ultima regina d’Italia, le varranno anche il titolo di regina delle arti ma per il momento, durante la sua adolescenza, si accontentò di studiare con diligenza e di praticare l’equitazione che amò moltissimo, in questo spronata dalla vista quasi mitica della zia e madrina Elisabetta d’Austria che spesso irrompeva nella vita monotona della famigliola. Proprio con la zia, la giovane Elisabetta viaggiò fra la Corsica e il Mediterraneo imparando ad apprezzare in lei i gesti plateali (rivelò alla nipote, fra il serio e il faceto, che la sua anima sarebbe uscita dal suo corpo da una piccola fessura) e le silenziose e accanite passioni, ma anche a deplorare l’insano egoismo verso i familiari del quale l’imperatrice non si era mai fatta una colpa. Proprio per questo la giovane duchessa in Baviera, con lo stesso nome e gli stessi occhi velati di mistero e intelligenza della zia imperatrice, mai accetterà di piegare la sua psiche a quel senso di predestinazione al dramma dei Wittelsbach, userà sempre e con accanimento una giusta miscela di cuore e ragione per imporsi sempre e fino in fondo sul suo destino.

Per questo sarà un’altra Sissi, un diverso fiore dello stesso ramo, nella quale, come per ogni membro femminile dei Wittelsbach, per Sofia e Sissi, suocera e nuora, così come per Maria Josè e Maria Sofia di Napoli, il principio di autodeterminazione varrà, di volta in volta distorto dalla società, pieno o travisato, il destino di ognuna di esse. Queste le meravigliose donne bavaresi sulle quali sarebbe bello soffermarsi.

Tuttavia, sarà proprio il maledetto destino dei Wittelsbach a dettare le sue regole e le sue opportunità alla giovane Elisabetta, durante l’incendio parigino del Bazar de la Charité morì la giovane e sfortunata zia di Elisabetta, Sofia Carlotta Augustina d’Alençon, prima internata in una clinica per malattie nervose e poi suora laica con il nome di Suor Maria Maddalena. Al funerale Elisabetta conobbe Alberto, erede presuntivo al trono del Belgio, figlio del conte di Fiandra e della principessa Maria di Hohenzollern-Sigmaringen. Il giovane era timido, vagamente oppresso dalle troppe attenzioni ricevute dal momento in cui, morto il fratello maggiore Baldovino, fu chiaro che sarebbe stato lui a salire al trono. Egli vide nella giovane Elisabetta, nei suoi sorrisi spontanei e nel suo libero entusiasmo per la natura e l’arte, ma anche nel suo carattere forte e deciso, la moglie ideale. Come racconta la regina Maria Josè, il fidanzamento venne celebrato a Neuilly il 30 maggio 1900, ella indossava un abito avorio e un filo di perle a incorniciarle il volto chiaro. L’amore fra i due era spontaneo, sensibile e profondo, il carteggio fra i due esprime di fatto un sentimento raro a quei tempi,così mentre Alberto le scriveva: «sempre potrai contare sul mio amore illimitato e sulla mia lealtà assoluta» (1 giugno 1900), lei rispondeva: «sono passate le undici e tre quarti della sera, mi sento tanto sola e triste senza di te» e, ancora, in un’altra lettera la giovane Elisabetta scriveva: «Voglio soltanto te, e di tutto il resto nulla». Il matrimonio ebbe luogo il 2 ottobre 1900 a Monaco di Baviera, officiato da Mons. von Klein e seguito da un lungo corteo di nobili ospiti. Dall’unione nacquero Lopoldo (3 novembre 1901), Carl Theodor (10 ottobre 1903) e Maria Josè (4 agosto 1906). Fino al 1909 Alberto fu senatore del regno e il 23 dicembre dello stesso anno giurò fedeltà alla Costituzione in lingua fiamminga e francese diventando sovrano dei belgi. Acceso sostenitore della neutralità belga e di una visione pacifista e dialettica della politica, si delineò come sovrano cauto e liberale, instaurando con le altre potenze europee un dialogo continuo. Il 2 agosto 1914, il Kaiser Guglielmo II lanciò al re dei Belgi un ultimatum perché concedesse il passaggio delle truppe tedesche in territorio belga affinchè potessero raggiungere la Francia, a una risposta negativa da parte del Parlamento belga, le truppe tedesche invasero il Belgio scatenando la guerra.

Nel frattempo Elisabetta decise, insieme al marito, di non abbandonare il paese e di ritirarsi nell’ultimo lembo di terra belga rimasto indipendente, ovvero La Panne, piccolo comune situato al confine con la Francia, nella provincia fiamminga delle Fiandre Occidentali. Proprio La Panne sarà negli anni della guerra il luogo in cui Elisabetta svolgerà pienamente il ruolo di sovrana, andando contro le sue origini tedesche, ma seguendo i principi liberali del padre e sposando appieno la causa del paese di cui aveva acquisito la nazionalità, la giovane regina non solo sostenne con forza il marito perché rimanesse capo effettivo delle forze militari del paese, ma si occupò attivamente di tutti gli ospedali presenti sul territorio chiedendo personalmente gli aiuti alla Croce Rossa e coinvolgendo il famoso chirurgo Antoine Dépage per fare di un albergo dismesso un ospedale attivo nel recupero dei feriti e dei mutilati belgi e tedeschi.

Elisabetta era piccola di statura (chiamata dai figli di Maria Josè e Umberto II “la nonnina”), atletica, nonostante alcuni problemi di salute, e molto colta, riuscì nel corso degli anni, con la forza del suo carisma, a fare di suo marito un re appassionato e un uomo sicuro e a creare nelle vecchie dimore dei sovrani belgi così come nella sua società, poco avvezza alle donne come lei, un vero e proprio circuito culturale benefico, organizzando iniziative caritatevoli (istituisce la Fondazione Medica Regina Elisabetta contro la tubercolosi, la sifilide e i tumori), concerti e salotti letterari. Sarà amica di Albert Schweitzer e Albert Einstein, ma non solo, istituirà in Belgio un concorso musicale per giovani musicisti, l’attuale Concorso Internazionale Regina Elisabetta, considerato anche adesso uno dei concorsi per giovani musicisti più esclusivi e selettivi del mondo. Appassionata di archeologia e in particolare del mondo musulmano e arabo, sarà presente al momento dell’apertura della tomba di Tutankamon e finanzierà molte opere relative allo studio dell’Egitto al Cairo.

Durante l’invasione nazista e negli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, Elisabetta, ormai vedova, approfitterà del suo ruolo ormai di secondo piano per “resistere” sul suolo belga e portare avanti, per quanto le era possibile, il suo ruolo di sovrana. Nonostante le sue origini tedesche non fu mai benvoluta da Hitler, e di questo si deve di certo fargliene un vanto, mentre suo figlio Leopoldo III, considerato un traditore dagli alleati (firmò la resa con i tedeschi il 28 maggio 1940), trascorreva lunghi mesi di prigionia in mano ai nazisti. Nel dopoguerra, ancora attiva e nervosa, di quei caratteri sempre pensanti e mai rilassati, saprà incarnare un punto fermo nel rapporto fra il figlio Carlo, reggente, e il figlio Leopoldo III, aspramente contestato e parzialmente riabilitato solamente dopo il referendum del 1950 (ma l’amore fra Leopoldo e il popolo belga non nacque mai del tutto, quello stesso amore che poi la popolazione riversò sul figlio Baldovino e sulla regina Fabiola). Divisa fra arte e politica, un po’ più forte la prima e più attenuata la seconda, o forse solo celata, mantenne ottimi rapporti con il mondo culturale russo cinese e polacco (dirà di Chruščëv: «è un uomo meraviglioso e certamente molto buono»), ottenendo per se il nuovo appellativo, forse azzardato, di “Reine rouge”.

Muore a Bruxelles il 23 novembre 1965.