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Anteprima: la nuova fiction su Sissi

E’ andata in onda, in lingua tedesca, la miniserie dedicata a Sissi coprodotta da Publisei per la Rai, la tedesca Eos e l’austriaca Summerset per ZDF e ORF. In attesa che arrivi anche in Italia ecco la testimonianza di Laura Zannol, che ha avuto la possibilità di vederlo in anteprima in lingua tedesca.

Fin dalla prima puntata appare chiaro che l’intento è quello si seguire il filo narrativo dei film che negli anni Cinquanta resero nota in tutto il mondo Romy Schneider nel ruolo di Elisabetta d’Austria. Sono numerosi infatti i richiami narrativi alla melensa trilogia firmata da Marishka: il duca Max, padre di Sissi, prima di salire in carrozza per lasciare Vienna dopo il matrimonio della figlia, le rivolge addirittura le stesse parole che Gustav Knuth, interprete del ruolo nella trilogia, diceva a Romy Schneider in occasione della fuga da Vienna. Poi ritroviamo Sissi che, dopo essere stata in una squallida taverna a mangiare con Francesco Giuseppe, si reca a trovare la piccola figlia Sofia e, non trovandola più nella sua culla, si reca dalla suocera per reclamarla a sé, dopodiché fugge per Possenhofen. Ricorda un po’ troppo la stessa scena della trilogia (tenendo presente che Elisabetta non fuggì mai con la figlia), ma con qualche aggiunta inopportuna, come l’imperatore che la osserva dalla finestra mentre si allontana in carrozza. Ultima ma non ultima, la scena in cui Sissi vede per la prima volta la puszta ungherese dai finestrini della carrozza, anche qui copiata dalla trilogia. E qui la mancanza del dolce viso di Romy si sente terribilmente.

La sensazione che ne deriva è che il regista non abbia voluto raccontare la storia di Elisabetta, ma regalarci una rivisitazione della trilogia con la Schneider, mostrando una Sissi affettuosa col marito al limite dell’umana sopportazione, un’arciduchessa Sofia malvagia oltre ogni misura e una falsissima contessa Esterhazy che addirittura finge amicizia sincera per tendere trappole alla giovane imperatrice. Tutto ciò non può che infastidire profondamente lo spettatore esperto e trarre in inganno quello più sprovveduto. Il tutto condito con invenzioni davvero ingiustificate, come l’amicizia di vecchia data fra il duca Max e il conte Andrassy, la paura di Sofia che suo figlio Max possa innamorarsi della cognata o l’hollywoodiano matrimonio nei giardini di Schonbrunn. Per non parlare dell’attentato all’imperatore durante il periodo del fidanzamento, con Sissi che corre a Vienna e si precipita nella camera del ferito: episodio assolutamente inventato. Una scena meritevole di nota: Sissi abbraccia il corpo senza vita della figlioletta Sofia, che dopo tutto questo scempio potrebbe apparire davvero commovente se fosse seguita da un rimbrotto di Sofia che la incolpa apertamente della morte della figlia. Ecco allora che al dispiacere di veder trattare così la figura dell’imperatrice si unisce anche l’irrispettoso trattamento riservato al personaggio di Sofia.

La seconda puntata non è più una copiatura della famosissima trilogia con l’indimenticabile Romy Schneider, ma non è detto che ciò rappresenti un bene! Le invenzioni si sprecano. Abbiamo un Gyula Andrassy che sembra essersi trasformato nel celeberrimo Grillo Parlante del Pinocchio collodiano, solo che per sua fortuna non muore schiacciato, e in più, a imitazione del rospo di un’altra favola, bacia anche la principessa (ancora meglio, l’imperatrice.) comparendo qua e là in uno spazio temporale che ha dell’assurdo. Compreso il ballo di Carbevale dove Sissi incontrò tutt’altro personaggio e non certo il bel conte ungherese. Di Pinocchio abbiamo anche una sorta di Fata Turchina, Ida Ferenczy, che dà buoni consigli all’imperatrice, e giunge anni prima del dovuto al fianco di Sissi. Infatti, la sensazione strana è che forse qualcuno abbia scritto cronologicamente quale doveva essere il senso delle scene, ma che una folata di vento abbia scombussolato tutto. Come l’arrivo a Miramare, subito dopo la morte della piccola Sofia, dove Sissi in realtà si recò dopo il ritorno dalla fuga a Madera.

La sensazione è quella di aver voluto cambiare a tutti i costi la realtà, ma in quel caso non dovevano intitolarlo alla celeberrima imperatrice, sarebbe stato più logico inventare anche i personaggi. Cos’ anche la visita della coppia imperiale francese prima della Seconda guerra di indipendenza italiana viene spostata a Vienna, invece che Salisburgo, compromessa anche dalla presenza del povero arciduca Max, che all’epoca era già morto. Insomma lo spazio temporale tra il 1857, data della morte della primogenita della coppia imperiale, e il 1873, se vogliamo prendere in considerazione l’assurda festa in maschera veneziana che accade invece a Vienna, è stato mescolato il più possibile, come in un gioco a premi in cui il concorrente deve poi fare ordine.
Nessun rispetto poi per i personaggi trattati. Bismarck sembra più un vecchietto da ospizio che il cancelliere di ferro che teneva l’Europa in palmo di mano, l’imperatore Francesco Giuseppe, senza i caratteristici gentiloni, ci viene dipinto come un uomo nervoso: tra i due la più tranquilla sembra quasi l’imperatrice, e comunque il povero sovrano è un uomo solo capace di perdere guerre, perché nell’ultima fase che porta all’incoronazione ungherese fa tutto l’imperatrice, mentre lui sembra stia a Vienna seduto alla scrivania a far nulla…

Il finale, infatti, ci propone una favola di poco valore, con il tiratissimo sorriso della regina incoronata vicino al suo re. La parte più commuovente stavolta sembra essere il funerale di Max che precede lo strano finale di cui si è già parlato, che avviene a Vienna come se fosse morto lì nel suo letto poche ore prima e non nel lontanissimo Messico, ma questo forse è stato fatto solo per dipingere Sissi come una buona samaritana, che prima si preoccupa di Carlotta e poi consola l’eterna nemica, la suocera. Se ci si può innamorare di qualcosa, è il poter vedere certi scorci dei palazzi imperiali, come la terrazza di Miramare, l’entrata alla Hofburg al di là della Schweizertor, il meraviglioso palazzo di Schonbrunn, ma è ben poca cosa rispetto a ciò che ci è stato propinato in circa 200 minuti di confusione.

Laura Zannol